DUBLINO – Si è svolta, lo scorso 6 dicembre, la Pizzata di Natale organizzata dal Comites Irlanda. Succede al ristorante Wallace Asti, di Dublino davanti ad una pizza. Un appuntamento semplice, sereno, nato con un obiettivo preciso: favorire il networking tra connazionali, creare nuove connessioni, rinsaldare quelle esistenti. In una parola, comunità. Garda il Video
L’atmosfera è stata, fin dall’inizio, quella di un’Italia ricostruita attorno a un tavolo, tra voci, sorrisi e un senso di appartenenza condiviso. Un evento volutamente informale, dove il gesto antico dello “stare insieme” ha ritrovato il suo valore più autentico.
«Sul networking tra italiani, quello che abbiamo fatto stasera è un’occasione divertente per ritrovarsi e mangiare bene. Abbiamo mangiato benissimo qui al ristorante Asti e siamo stati in buona compagnia. Vengo sempre con piacere e aspetto la prossima occasione» racconta Alessandra Di Claudio, in Irlanda dal 1993, coordinatrice di programmi di alfabetizzazione.
Dal tavolo delle giovani voci di Radio Irlanda, il sentimento è lo stesso, seppure raccontato con tonalità differenti. Per Valentina Settomini, «per conoscere altri Italiani basta andare ad eventi italiani. Con la radio ho conosciuto molte persone. Nel primo periodo che ho trascorso in Irlanda ho stretto amicizie che conservo ancora oggi».
Aggiunge Gaia Garofalo, sempre da Radio Irlanda: «Io consiglio di uscire dalla comfort zone. Non fatevi bloccare dall’azienda in cui lavorate. Anche se le amicizie sul posto di lavoro sono importanti, non dimenticatevi che la vita continua anche fuori dal lavoro».
La serata, vissuta all’insegna di un networking italiano, rappresenta il primo passo di un ciclo di appuntamenti che il Comites Irlanda dedicherà alla comunità nel 2026. Il prossimo incontro avverrà in un contesto ancora più ampio e internazionale: l’Holiday World Show Dublin 2026, il più grande evento irlandese dedicato ai viaggi e alle vacanze, in programma dal 23 al 25 gennaio presso l’RDS di Dublino.
Dal 2000 porta a Dublino salumi, formaggi, paste artigianali e dolci della tradizione. «La vera cucina italiana la fanno in pochi. Bisogna selezionare, spiegare, educare. E smettere di chiamare “italiano” ciò che italiano non è». Bagnasco partecipa all’evento del 17 novembre 2025 nella suggestiva Thomas Prior Hall, serata della decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, dove chef, esperti e istituzioni esplorano il valore delle erbe selvatiche nella gastronomia italiana. L’iniziativa è promossa dalla Camera di Commercio Italiana di Dublino con Ambasciata d’Italia, Istituto Italiano di Cultura, ENIT e ITA – Italian Trade Agency.
Da quanto tempo vieni in Irlanda? Arrivo in Irlanda dal 2000. Comincio ai tempi del Botticelli e dell’Unicorn, e da lì continuo con costanza. Mi fermo solo durante il Covid, quando il mondo si blocca. Appena la situazione si normalizza, riparto: nuovi clienti, nuovi prodotti, un’offerta più completa. Prima salumi e formaggi; oggi anche paste particolari, ripiene, dolci come le cialde per i cannoli siciliani.
Sono più di vent’anni che fai avanti e indietro tra Italia e Irlanda. Che cosa è cambiato? È cambiato il consumo. Una volta contava la quantità. Oggi cresce la ricerca della qualità. Se hai prodotti autentici, unici, trovi una clientela selezionata. E noto che anche gli irlandesi si stanno abituando ai sapori italiani.
Quanto pesa il fatto che ora viaggino di più, complice Ryanair? Pesa tantissimo. Molti scoprono l’Italia e tornano a casa con un palato più esigente. Una carbonara mangiata a Roma non è la stessa di una carbonara servita qui. Qui — ancora oggi — qualcuno ci mette la panna. In Italia è un sacrilegio.
Sei considerato uno dei protagonisti della nicchia enogastronomica in Irlanda. Ti ritrovi in questa definizione? La nicchia è la mia dimensione. Non voglio fare quantità: quando rincorri i grandi numeri, perdi la qualità. E la qualità ha senso solo se arriva a persone che la capiscono. Se selezioni la clientela giusta, non hai problemi.
Dublino si espande, i ristoranti aumentano. Quanti, secondo te, fanno vera cucina italiana? Di ristoranti autentici ce ne sono sei o sette. Gli altri propongono un “italiano” adattato al gusto irlandese. La risposta classica è: “Qui vogliono mangiare così”. Ma allora non è più cucina italiana. A quel punto togli il nome.
Serve più educazione alimentare? Molta di più. Manifestazioni come questa sono utilissime, ma dovrebbero essere più frequenti e più settoriali. Eventi enormi, con migliaia di espositori, confondono: il visitatore esce senza capire se un prodotto viene dal Trentino o dalla Sicilia. Se invece si lavora per regioni o per tipologie, l’impatto è maggiore. La gente impara davvero.
A Dublino servirebbero più eventi dedicati al prodotto italiano? Sì: quattro o cinque all’anno, ciascuno focalizzato su un tema. Una volta i formaggi, una volta i salumi, poi le paste, poi i vini. Qui c’è un potenziale enorme.
Anche nel vino? Soprattutto. Qui il vino si beve come acqua fresca: un sorso e via. Per noi italiani è impensabile. Il vino richiede rispetto, conoscenza, racconto.
Stasera si è parlato del Radicchio di Treviso. Il messaggio è arrivato? In parte sì. Il pubblico ha capito che è un prodotto unico, legato a un territorio preciso. Però manca ancora il “come si usa”. Io, per esempio, avrei proposto un abbinamento semplice e geniale: Bagna Cauda e Radicchio di Treviso. Due regioni che si incontrano. La gente avrebbe capito tutto al primo assaggio.
Il problema è che poi, a casa, difficilmente replicano certe preparazioni… Ed è proprio questo il punto: assaggiano, apprezzano, ma non riproducono. Serve più educazione, più continuità, più eventi. Solo così il prodotto italiano può davvero mettere radici.
Nicola Franchetto, tra i maggiori produttori mondiali di radicchio e rappresentante de “Il Fiore della Salute”. Durante la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo a Dublino, racconta il valore del Made in Italy agroalimentare e l’accoglienza del pubblico irlandese. Una serata dedicata alle erbe spontanee nella cucina italiana, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana in Irlanda, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia, l’Istituto Italiano di Cultura, l’ENIT e l’ITA, Italian Trade Agency. Questa intervista rientra nel nostro reportage dedicato agli Italiani che portano l’eccellenza del nostro Paese in Irlanda.
Com’è andata questa serata? È una serata davvero emozionante. È la mia prima apparizione a livello internazionale e avere l’occasione di raccontare ciò che facciamo, come consorzio e come azienda produttiva, è entusiasmante. Parlare del radicchio nel mondo è qualcosa di unico: ci permette di far percepire ai nostri clienti , famiglie, chef, professionisti , un prodotto diverso, identitario. Il Veneto è noto per il Prosecco e per il radicchio, e il radicchio diventa una sorta di ambasciatore della nostra regione.
Come ha reagito il pubblico irlandese, non abituato a questo tipo di cucina? Serve un percorso di educazione? Tocca un tema centrale: l’educazione. È un aspetto che noi, come consorzio e come produttori, abbiamo molto a cuore. Esiste molta disinformazione. Ci sono tante tipologie di radicchio: questa sera, ad esempio, abbiamo presentato il radicchio tardivo. Sensibilizzare il consumatore su questo punto ci dà l’opportunità di far conoscere un prodotto completamente diverso, che può entrare in cucina in molte forme. Così il consumo non resta confinato alla zona di Treviso o al Nord Italia, ma può dialogare con il mondo, Irlanda compresa, e con altri Paesi europei e non solo.
La risposta del pubblico sembra essere stata molto positiva. Assolutamente. Parlare un’ora di radicchio in un Paese non ancora abituato a questo palato non è scontato. Ma ciò che ci contraddistingue è la passione. Quando produci qualcosa che ti fa battere il cuore, diventa naturale raccontarlo per un’ora, due, tre. E vedere che il pubblico ascolta, si incuriosisce, pone domande, chiede referenze per acquistare il prodotto… per noi è una grande soddisfazione.
Quali sono i vostri progetti per il futuro? Sono molti. Sicuramente vogliamo valorizzare ancora di più il prodotto, fare un lavoro di comunicazione e informazione sempre più efficace, così da uscire dal mercato italiano e raggiungere quanti più mercati possibile.
Nella cornice elegante della Thomas Prior Hall, a Merrion Road, Dublino, la decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo ha celebrato un incontro speciale tra tradizione agricola veneta e cultura irlandese. Chef, produttori, esperti e istituzioni hanno portato sotto i riflettori il valore delle erbe spontanee e dei prodotti d’eccellenza Italiani, con un protagonista assoluto: il radicchio di Treviso. Un evento realizzato dalla Camera di Commercio Italiana di Dublino, insieme all’Ambasciata d’Italia, all’Istituto Italiano di Cultura, a ENIT e ITA , Italian Trade Agency, che ha confermato ancora una volta quanto il Made in Italy sia amato e rispettato in Irlanda. Tra gli ospiti più attesi, Omar Lapecia, Omar Lapecia Slow Food Alta Marca Trevigiana, voce autorevole dell’agroalimentare italiano. Il suo intervento , schietto, appassionato, diretto, ha conquistato un pubblico irlandese curioso e attento.
Com’è andata la serata? Positivissima. Sala piena, tante domande, tantissima curiosità. Una serata davvero bella.
È la prima volta del radicchio di Treviso a Dublino? Sì. È atterrato per la prima volta… e sono certo che metterà radici. In dialetto lo chiamiamo radicio: qui ne abbiamo già piantate un bel po’.
Come ha reagito il pubblico irlandese? Sorprendentemente bene. Sono rimasti colpiti da quanto sia difficile coltivarlo e da quanto sia “pulito” come prodotto. Alla fine, ne sono stati conquistati.
Gli chef italiani hanno fatto la differenza? Assolutamente sì. Hanno fatto miracoli. Sono stati bravissimi.
Questa sera il Veneto era protagonista? Il Veneto e, soprattutto, la provincia di Treviso. Ma non solo. È stata protagonista una cultura agricola fatta di storia, fatica e qualità.
Gli irlandesi capiscono questo tipo di agricoltura? Sì. Hanno un rapporto forte con la terra. C’è una grande curiosità verso i prodotti frutto di un’agricoltura fatta con testa e cuore.
La presenza del produttore Nicola Franchetto è stata decisiva? Molto. È uno dei migliori produttori al mondo di radicchio. Averlo qui è stata una conquista.
Cosa significa per Slow Food essere in Irlanda? Portare i nostri valori: custodire il pianeta, valorizzare ciò che mangiamo, raccontare il lavoro che c’è dietro ogni prodotto. E far capire che il cibo è cultura, identità, responsabilità.
Da insegnante, pensa che questo messaggio rimarrà? Sì. Sono convinto che abbia messo radici. Quando la gente comprende il valore delle cose, il seme rimane.
Tornerà il prossimo anno? Ho già prenotato. Assolutamente sì.
In una Thomas Prior Hall gremita, cuore della decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, l’Italia ha mostrato il suo volto più autentico: quello delle erbe selvatiche, dei prodotti certificati, della cucina che racconta territori, tradizioni e identità. Una serata vivace, con chef, studiosi, istituzioni e un pubblico numeroso, soprattutto irlandese, che conferma quanto il Made in Italy sia riconosciuto e apprezzato. Al termine dell’evento abbiamo incontrato Nicola Faganello, Ambasciatore d’Italia in Irlanda, per un botta e risposta asciutto e diretto. Un’occasione per capire cosa rappresenti oggi la cucina italiana nella percezione irlandese e quale ruolo giochi nella diplomazia culturale italiana all’estero.
Ambasciatore, com’è andata la serata?
Molto bene. È stata una serata vivace, partecipata, con un pubblico numeroso e curioso. La location del Clayton Hotel ha aggiunto eleganza all’evento. Mi è sembrato che tutti abbiano apprezzato sia la parte informativa sia quella conviviale.
Cosa ha colpito di più il pubblico irlandese?
L’equilibrio fra divulgazione e degustazione. Prima i contenuti degli esperti, poi i piatti preparati con gli stessi prodotti di cui si era parlato. Un’esperienza completa.
La cucina italiana in Irlanda: popolare, o sopravvalutata?
Popolare e ben conosciuta. In un anno di permanenza qui ho visto un apprezzamento sincero. C’è entusiasmo, ma anche spazio per far conoscere aspetti meno noti.
Quali aspetti, in particolare?
La diversità regionale. L’Italia è un mosaico unico. Tradizioni, culture, prodotti diversi anche a distanza di pochi chilometri. Non è facile da cogliere per gli italiani, ancora meno per gli stranieri. Su questo c’è molto da lavorare.
Quindi c’è bisogno di “educare” il pubblico irlandese alla cucina italiana?
C’è spazio per educare l’Irlanda, come per educare tanti altri Paesi. Ma c’è spazio anche in Italia: spesso non conosciamo fino in fondo le storie, le origini e l’autenticità dei prodotti. La cucina è cultura, società, tradizione. Non solo cibo.
Il Made in Italy gastronomico resta un punto di forza?
Assolutamente sì. È una punta di diamante. E deve restare autentico. La sfida è difendere la qualità e far capire che dietro un prodotto c’è lavoro, ricerca, storia. Questo gli irlandesi lo apprezzano molto.
Eventi come quello di stasera cosa portano?
Relazioni più forti, conoscenza reciproca, curiosità. E la conferma che gli irlandesi vogliono scoprire di più dell’Italia vera, non solo dei suoi stereotipi.
La decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo si è trasformata in una celebrazione luminosa del Made in Italy e della sua capacità di dialogare con l’Irlanda. Nella cornice suggestiva della Thomas Prior Hall, chef, esperti e istituzioni hanno esplorato il valore delle erbe selvatiche nella tradizione culinaria italiana, mettendo in relazione territorio, innovazione e cultura del cibo. A guidare il dialogo culturale tra Italia e Irlanda, Michela Linda Magrì, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino. Con lei abbiamo parlato di cibo, innovazione, identità e del ruolo che il Made in Italy continua a giocare nella percezione internazionale dell’Italia.
Direttrice Magrì, com’è andata la serata? Benissimo. Non poteva essere altrimenti. La Settimana della Cucina Italiana è un momento fondamentale: celebrare il nostro patrimonio significa anche mettere insieme due Paesi, Italia e Irlanda, attraverso il linguaggio universale del cibo.
Perché il cibo è così centrale nel dialogo culturale? Perché parlare di food significa parlare di know-how, tradizione, territorio, ma anche innovazione. Il cibo italiano è un’eccellenza riconosciuta e sempre più apprezzata in Irlanda.
Il pubblico irlandese come ha reagito? Con grande entusiasmo. C’era molta curiosità. L’Irlanda ha un rispetto profondo per la qualità: e l’Italia, su questo, è maestra.
Che cosa ha insegnato l’Italia questa sera? Ha insegnato il valore dell’autenticità: prodotti veri, identità forte, rispetto per la terra. Ma ha anche imparato.
Che cosa ha imparato? Le best practices irlandesi sul territorio, sul chilometro zero, sulla sostenibilità. L’Irlanda è molto attenta ai suoi prodotti locali, e questo è un modello replicabile.
Qual è stata la sorpresa più grande del menu? L’ortica. La conoscevo come pianta, non come ingrediente. Grazie agli chef irlandesi ho scoperto un uso culinario che non immaginavo. Un insegnamento che porterò a casa.
Il radicchio è stato protagonista. Perché? Perché rappresenta perfettamente il Made in Italy: qualità, storia, tecnica di produzione. È un prodotto che racconta la fatica e la sapienza dei nostri territori.
Che ruolo hanno eventi come questo nel rapporto tra Italia e Irlanda? Un ruolo chiave. Sono appuntamenti annuali che devono portare nuove idee, nuove forme di collaborazione e una crescente consapevolezza della qualità del cibo come qualità della vita.
Quale potrebbe essere lo slogan della serata? Love e rispetto. Lo ha detto uno dei relatori irlandesi, e lo condivido completamente. È il cuore della buona cucina e del buon vivere.
Nel cuore elegante della Thomas Prior Hall, a Dublino, la decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo ha celebrato l’anima più autentica della nostra tradizione: quella delle erbe spontanee, dei sapori antichi, delle ricette nate dalla terra. Un evento fortemente voluto dalla Camera di Commercio Italiana di Dublino, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia, l’Istituto Italiano di Cultura, ENIT ed ITA. Tra i protagonisti della serata, Flavio Zappacosta , Direttore ENIT per Regno Unito e Irlanda, osserva da anni come l’Italia affascini, attragga e richiami sempre più fortemente il pubblico irlandese. Questa intervista fa parte del reportage del COMITES dedicato agli Italiani che promuovono l’Italia all’estero. A Dublino, il Made in Italy continua a brillare anche grazie al lavoro di ristoratori come Angelo, punto di riferimento della ristorazione italiana in Irlanda con il suo ristorante e la sua attività di catering.
Direttore Zappacosta, com’era l’atmosfera questa sera?
Molto viva. Grande partecipazione, soprattutto da parte degli irlandesi. È un segnale chiaro: l’Italia per loro conta, e il nostro cibo ancora di più.
La cucina italiana è davvero la nostra punta di diamante?
Assolutamente sì. È uno dei motivi principali per cui promuoviamo l’Italia nel mondo. Il cibo italiano è riconosciuto e amato ovunque, non solo in Irlanda.
Perché il cibo è uno strumento così efficace di promozione?
Perché racconta chi siamo. Tradizione, qualità, ricerca. Ogni prodotto, ogni piatto, porta con sé una storia. E questo all’estero viene percepito e apprezzato.
Stasera si è parlato molto di prodotti certificati: DOC, DOP, IGP. Quanto sono importanti?
Sono fondamentali. Garantire originalità e provenienza significa proteggere il nostro patrimonio gastronomico. E gli irlandesi lo capiscono: vogliono autenticità, non imitazioni.
In Irlanda la cucina italiana è molto amata. Ci sono differenze con il Regno Unito?
Ci sono similitudini culturali, certo, ma anche differenze. Entrambi i Paesi amano l’Italia. Il Regno Unito ha numeri maggiori semplicemente per la dimensione della popolazione. Gli irlandesi, però, sono un flusso turistico molto rilevante: cercano l’Italia dell’arte, della cultura… e naturalmente del cibo.
Cosa apprezzano di più gli irlandesi quando vengono in Italia?
La qualità della vita. Il buon mangiare, il buon vino, la convivialità. L’Italia resta un luogo dove il cibo non è solo nutrimento: è un’esperienza.
La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo continua a crescere. Perché?
Perché funziona. Porta il Made in Italy fuori dai confini, valorizza le nostre eccellenze, crea dialogo. E iniziative come quella di oggi , tra chef, produttori e istituzioni, mostrano quanto siamo capaci di fare sistema.
A proposito di eccellenze: quanto contano i ristoratori italiani in Irlanda?
Moltissimo. Sono i primi ambasciatori dell’Italia. Angelo, con il suo ristorante e il suo servizio di catering, è un esempio perfetto: qualità, professionalità, passione. Grazie a persone come lui, l’Italia non è solo un luogo da visitare: è un’esperienza che gli irlandesi possono vivere ogni giorno.
Direttore, in una parola: cosa porta davvero l’Italia in Irlanda?
La Thomas Prior Hall, elegante edificio georgiano nel cuore di Ballsbridge, si è trasformata per una sera in un vero angolo d’Italia. Il 17 novembre 2025, in occasione della decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, chef, istituzioni e imprenditori si sono riuniti per raccontare un Paese che non smette mai di stupire. Al centro del piatto, e del racconto, il Radicchio Rosso di Treviso, simbolo di identità, lavoro e qualità. A guidare l’evento, insieme all’Ambasciata d’Italia, all’Istituto Italiano di Cultura, all’ENIT e all’ITA, c’era Furio Pietribiasi, Presidente della Camera di Commercio Italiana a Dublino. Con lui abbiamo parlato di Made in Italy, export, autenticità e di come l’Italia, quando è vera, conquista tutti.Questa intervista fa parte del reportage del COMITES dedicato agli Italiani che promuovono l’Italia all’estero.
Com’è andata la serata?
Un successo. Un incontro tra cucina italiana e ingredienti irlandesi che ha colpito tutti. Abbiamo raccontato ricette che parlano delle nostre regioni, del Veneto e del suo radicchio. Gli ospiti italiani e irlandesi sono rimasti impressionati.
Il Radicchio di Treviso è stato il protagonista assoluto?
Sì. Ne abbiamo spiegato storia, tecniche di produzione, la fatica che c’è dietro. E soprattutto perché è fondamentale scegliere prodotti originali, non imitazioni.
Una serata che è stata anche un momento di formazione?
Molto. La cucina è cultura. Racconta i Paesi meglio di qualunque discorso. C’erano diversi ambasciatori: ci siamo confrontati, abbiamo condiviso esperienze. La cucina unisce sempre.
Quanto è apprezzato il Made in Italy in Irlanda?
Ogni anno di più. L’Irlanda riconosce la qualità e la cura dei nostri prodotti. E qui ci sono eccellenze straordinarie: Angelo, ad esempio, con il suo ristorante e il suo catering, porta un’Italia autentica, rigorosa e rispettosa delle tradizioni. È uno di quelli che fanno davvero la differenza.
La Camera di Commercio su cosa lavorerà nei prossimi mesi?
Sulla promozione dei prodotti certificati: DOC, DOP, IGP. L’export deve crescere nella fascia alta, quella che riflette ciò che si mangia in Italia. Il consumatore vuole riconoscere quella qualità anche all’estero.
Educare il consumatore è una priorità?
Sì. Va spiegato come distinguere un prodotto autentico da una copia. La qualità protegge il gusto, ma anche i produttori che lavorano con serietà.
Cosa resta dopo una serata così?
La conferma che quando l’Italia si presenta con verità, qualità e storia, vince sempre. E che eventi come questo rafforzano il legame culturale ed umano tra Italia e Irlanda.
Una serata dedicata alla decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, ospitata alla Thomas Prior Hall di Dublino, dove chef, esperti e istituzioni hanno esplorato il valore delle erbe selvatiche nella tradizione italiana. Un evento organizzato dalla Camera di Commercio Italiana di Dublino, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia, l’Istituto Italiano di Cultura, l’ENIT e l’ITA – Italian Trade Agency. Un dibattito guidato da Nessa Robins con interventi di Nicole Dunne, Andrew Davidson, Nicola Franchetto e Omar Lapecia. Protagonista il Radicchio di Treviso e le eccellenze regionali italiane. Presenti personalità di rilievo come l’Ambasciatore Nicola Faganello, ENIT, Istituto Italiano di Cultura e Camera di Commercio. A seguire, una degustazione raffinata che ha unito natura, salute e cultura gastronomica.
di Francesco Dominoni
DUBLINO – La capitale irlandese accoglie la decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, appuntamento annuale che porta in Irlanda il meglio della tradizione gastronomica italiana, intrecciando cultura, salute e innovazione.
L’evento, ospitato il 17 novembre 2025 nella suggestiva cornice della Thomas Prior Hall, in Merrion Road, riunisce chef, esperti di alimentazione, rappresentanti istituzionali e appassionati per un viaggio attraverso i sapori autentici del nostro Paese.
La serata si apre alle 18.30 con l’arrivo e la registrazione degli ospiti, seguiti dai saluti istituzionali. Alle 19.00 prende il via il dibattito moderato da Nessa Robins, food writer dell’Irish Farmers Journal e fondatrice del blog Nessa’s Family Kitchen.
Tra gli interventi più attesi figurano quelli di Nicole Dunne, chef ed erborista fondatrice di Howth Foraging; Andrew Davidson, co-proprietario di Quickcrop; Nicola Franchetto, in rappresentanza de Il Fiore della Salute; e Omar Lapecia, presidente di Slow Food. Il confronto approfondisce il ruolo delle erbe selvatiche nella tradizione culinaria italiana, soffermandosi sui benefici per la salute e sulla salvaguardia della biodiversità.
Dalle 20.30, la teoria lascia spazio al gusto con una degustazione ispirata alla cucina regionale italiana: finger food e piccoli assaggi che valorizzano le erbe spontanee e il Radicchio di Treviso, ambasciatore d’eccellenza del Made in Italy.
La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale insieme all’Ambasciata d’Italia a Dublino, all’Istituto Italiano di Cultura, all’ICE Agenzia e alla Camera di Commercio Italiana, conferma il ruolo della cucina come linguaggio universale di dialogo, identità e sostenibilità. Una serata che non solo celebra la ricchezza gastronomica italiana, ma invita anche a riflettere sul valore educativo e ambientale delle scelte alimentari quotidiane.
Le personalità presenti
Alla presentazione dell’iniziativa hanno preso parte numerose figure di rilievo del mondo culturale, istituzionale ed enogastronomico. Tra i presenti: Flavio Zappacosta, direttore di ENIT Regno Unito e Irlanda; Nicola Franchetto, rappresentante de Il Fiore della Salute; Omar Lapecia, presidente di Slow Food; gli chef Emanuele Bagnasco, Luca Rosati, Angelo Simeone; e Sandro Bagnasco, fornitore di eccellenze italiane.
Il mondo istituzionale era rappresentato da Michela Linda Magrì, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino; da Ester Tossi ed Eoghan Savelli della Segreteria dell’Ambasciata d’Italia; e dall’Ambasciatore Nicola Faganello, accompagnato dalla moglie Franziska Faganello-Feldhoff.
Per il settore imprenditoriale erano presenti Andrew Davidson (Quickcrop) e Nicole Dunne (Howth Foraging), Tommaso Grieco, responsabile della sala, Furio Pietribiasi, presidente della Camera di Commercio di Dublino; Fabio Pietrobon, segretario generale della Camera di Commercio Italiana; e Teresa Borza, rappresentante del Club Italiano di Dublino.
Il parterre professionale era impreziosito inoltre dalla presenza di Andrea Piccin, primario presso la Mater Private Hospital; di Ivano Addabbo, titolare del ristorante IMonelli; e di Davide Izzo, proprietario del ristorante Bar Italia, due punti di riferimento della ristorazione italiana in città.
Il menù della serata
Il menù proposto a Dublino il 17 novembre ha offerto un percorso gastronomico raffinato, costruito intorno a materie prime stagionali e sapori autentici. L’antipasto ha aperto con un crostone al gorgonzola dolce arricchito da tarassaco, bietola, aglio, olio e peperoncino, seguito da una frittata alle piantaggini con cipollotto.
Il primo ha celebrato due eccellenze regionali: un risotto alle ortiche completato da polvere di guanciale tostato e degli gnocchetti al radicchio di Treviso, impreziositi da acciughe e pecorino.
La chiusura è stata affidata a un trittico di dessert: gelatine floreali alla malva, dalle delicate sfumature violette; tartellette con ricotta e borragine; e una fregolotta al radicchio di Treviso reinterpretata in chiave contemporanea.
Un menù pensato per raccontare, portata dopo portata, l’equilibrio armonico tra natura, tecnica e memoria culinaria.
Dalla Roma degli anni Sessanta ai Caraibi, da Chianciano a Dublino. Gianfranco Locci, classe 1957, è uno di quei cuochi che hanno portato il sapore e l’anima dell’Italia nel mondo. Ha lavorato per grandi hotel, aperto ristoranti di successo in Irlanda e frequentato corsi con i migliori maestri europei. Oggi, dopo cinquant’anni di carriera, rappresenta una delle eccellenze del Made in Italy in Irlanda, e continua a studiare, sognare e insegnare con la curiosità di un Ragazzo. Prosegue il viaggio del COMITES Irlanda alla scoperta dell’eccellenza enogastronomica italiana nel cuore della terra celtica. Gianfranco Locci rappresenta una delle eccellenze italiane della ristorazione in Irlanda. La sua storia è un viaggio lungo mezzo secolo, tra sacrificio, arte e passione. Una testimonianza vivente di come il Made in Italy continui a ispirare il mondo, anche a migliaia di chilometri da casa.
Quando hai capito che la cucina sarebbe stata la tua vita? A quindici anni. Ho iniziato come ragazzo di sala e bar tra Montefiascone e il lago di Bolsena. Poi sono entrato in cucina al ristorante Da Fabbrini ad Abbadia San Salvatore, in provincia di Siena. Lì è scattato qualcosa dentro di me. Mi sono iscritto alla scuola alberghiera di Chianciano Terme, e da quel momento non mi sono più fermato.
Com’erano i tuoi primi anni di lavoro? Durissimi. Si iniziava alle sei e mezza del mattino, si finiva alle tre, poi si ricominciava alle quattro e mezza fino alle dieci di sera. Ma mi piaceva. Era un lavoro fatto di sacrificio, rispetto e passione.
Chi è stato la persona che ti ha cambiato la vita? Il mio insegnante, lo Chef Marco Martini. È stato lui a indicarmi a un ristoratore dei Caraibi. Avevo 27 anni e tanta voglia di scoprire il mondo.
E così sei partito per i Caraibi. Sì, nel 1984. Sono arrivato sull’isola di Saint Martin, colonia francese. Otto ore di lavoro, doppio salario. Per me era una vacanza-lavoro. Ho conosciuto grandi chef francesi e ho diretto un ristorante italiano in uno degli hotel più belli dell’isola. A trent’anni ho aperto il mio ristorante, Fellini, nella città di Marigot. Sono rimasto nei Caraibi fino al 1996.
Che ricordo hai di quell’esperienza? Bellissimo. È stato un periodo felice, formativo, pieno di vita. Immagina: giocavo a tennis con un ministro del governo Bush! Era cliente del ristorante. Persona semplicissima, educata, gentile. Ma allora non c’erano i telefonini, quindi niente foto!
Dopo i Caraibi, il ritorno in Italia. Con molta nostalgia, sì. Ma avevo bisogno di crescere. Dal 1998 ho frequentato corsi all’Istituto Etoile di Chioggia: banchettistica, pasticceria moderna, torte da forno, biscotteria, intaglio di verdure. Poi sono diventato capo cuoco al ristorante Il Punto di Chiusi Scalo, uno dei più longevi della provincia di Siena.
E poi l’Irlanda. Nel 2007 mi è arrivata una proposta per lavorare a Youghal, vicino Cork. Ottime condizioni. Dopo qualche tempo mi sono trasferito a Dublino: lavoravo al Royal College di Nassau Street come chef pasticcere, e nello stesso tempo ho aperto una pizzeria e pasta take away a Malahide. Poi è arrivata l’occasione per aprire Terrazzo Italia nel 2011, nel Powerscourt Centre, uno dei luoghi più affascinanti d’Irlanda. Nel 2015 ho aperto Gusto a Parkgate Street. Due esperienze bellissime.
Hai ricevuto anche riconoscimenti importanti. Sì, nel 2013 Paolo Tulio ci ha dato 8/10 per la cucina – “Cream of the Crop”. E nel 2015 The Irish Times ci ha premiato con il miglior dolce al piatto di Dublino: il mio bread and butter pudding. È stata una grande soddisfazione.
Com’è lavorare per clienti irlandesi? Amano i piatti classici. Le paste, i dolci, le pizze, ma anche una buona bistecca cucinata all’italiana. Il Made in Italy è sinonimo di fiducia e qualità. Qui l’Italia piace, e tanto.
Che differenza c’è tra lavorare in un hotel e in un ristorante? Nel ristorante hai più libertà e più contatto con il cliente. In hotel, invece, c’è troppa burocrazia: per qualsiasi cambiamento serve una riunione. Io amo la cucina che parla direttamente al cliente.
Che consiglio daresti a un giovane chef che sogna di venire in Irlanda? Di portare umiltà e pazienza. E di non smettere mai di studiare. Ogni due anni bisogna aggiornarsi. Se un giorno qualcuno ti chiamerà “Chef”, devi meritartelo, devi saper gestire la cucina a 360 gradi. E non criticare chi non sa fare: insegna. Trasmetti con calma e rispetto. È così che si onora la nostra bandiera.
Hai ricevuto anche titoli ufficiali. Sì. Nel 2005 sono stato nominato Maestro di Cucina dalla Federazione Cuochi Professionali, premiato a Sanremo da Carlo Re. L’anno dopo mi hanno conferito il titolo di Console dell’Arte e del Gusto. Ho partecipato anche a Linea Verde su Rai 2, al rilancio della Fiorentina, e ho vinto il Trofeo Sanchini a Chianciano. Nel 2020 ho conquistato il terzo posto al concorso del risotto al RDS di Dublino.
Dopo cinquant’anni di lavoro, hai ancora sogni nel cassetto? Sì: insegnare cucina italiana in Messico. Lì pensano che non si possa mangiare senza tortilla… voglio insegnare che il pane è parte della nostra cultura. Ma prima andrò a studiare la cucina messicana: per insegnare bisogna prima capire ciò che si mangia.
Hai detto che la passione non ti ha mai abbandonato. Mai. A 68 anni, e tra poco 69, ho ancora voglia di imparare. La cucina è curiosità, studio, ricerca. Non si smette mai.