di Francesco Dominoni
Dal boom economico della “Celtic Tiger” alla direzione di reparti ospedalieri: la storia del Dott. Andrea Piccin, medico italiano che da venticinque anni vive e lavora in Irlanda, racconta un percorso di crescita personale e professionale. In questa intervista, rilasciata al COMITES Irlanda nell’ambito di un reportage sugli italiani all’estero, emergono le difficoltà, le differenze e le opportunità che un medico può incontrare quando decide di lasciare l’Italia per realizzarsi in terra celtica.
Dottor Piccin, cominciamo dall’inizio: perché ha deciso di lasciare l’Italia e trasferirsi in Irlanda?
Sono arrivato a Dublino tra il 1999 e il 2000, negli anni della cosiddetta Celtic Tiger. L’Irlanda stava vivendo un boom economico straordinario, pieno di opportunità. La mia motivazione principale era imparare l’inglese. Non lo parlavo: a scuola avevo studiato tedesco, latino e greco. All’inizio è stata dura, ma piano piano ho imparato. Poi la mia tesi sperimentale a Padova sulla terapia genica nel neuroblastoma si rivelò decisiva: mi aprì le porte a un dottorato di ricerca al Trinity College di Dublino.
Quali sono le principali differenze che ha riscontrato tra il sistema sanitario italiano e quello irlandese?
La prima è il numero dei medici. In Italia ci sono molti più professionisti, e la sanità è più accessibile. In Irlanda invece i medici sono pochi e gli specialisti ancora meno. Detto questo, la qualità è molto alta: il sistema anglosassone è competitivo, ogni terapia o diagnosi deve essere validata dalle linee guida internazionali. E poi c’è una differenza di ruolo: qui il consultant, l’equivalente del primario, è un medico autonomo che decide da solo. In Italia, invece, lo specialista dipende sempre dal primario.
Sul piano economico, cosa cambia per un medico che lavora in Irlanda?
Gli stipendi sono molto alti, soprattutto per i consultant: tra i 250 e i 300 mila euro lordi all’anno, con un netto mensile che può andare dai 10 ai 15 mila euro, a seconda dell’anzianità. Naturalmente, le tasse sono altissime, attorno al 50%. E il costo della vita a Dublino è impressionante: un monolocale costa 2.000 euro al mese, una casa per una famiglia può arrivare a 5.000. Però alla fine si riesce a vivere bene, a mettere da parte dei soldi, a comprare un’auto, a fare vacanze. Cose che in Italia, per un medico ospedaliero, spesso sono impensabili.
Lei ha parlato in passato della “fuga dei cervelli”. Perché tanti colleghi italiani se ne vanno?
Per due motivi: stipendi bassi e frustrazione. Il medico in Italia lavora tantissimo, ha un altissimo numero di pazienti, ma non è gratificato. Spesso un idraulico o un carrozziere guadagnano più di lui. In più manca la meritocrazia: la medicina italiana è ottima, i medici bravissimi, ma non c’è una vera ricompensa. Solo i primari hanno stipendi adeguati, gli altri faticano con turni massacranti.
Quanto ha contato la lingua inglese nella sua carriera?
Tantissimo. L’inglese è la lingua della medicina di oggi, come un tempo lo era il latino. La letteratura scientifica è tutta in inglese, gli articoli, i congressi, gli aggiornamenti. Per i medici italiani, che studiano in italiano e raramente sono incentivati a usare l’inglese, è uno svantaggio enorme. Lavorare in un contesto anglosassone, invece, apre le porte a livello internazionale.
Dal punto di vista burocratico, quanto è difficile per un medico italiano integrarsi in Irlanda?
I titoli vengono riconosciuti nell’Unione Europea, ma il processo è lungo e molto fiscale. Serve la traduzione autenticata dei documenti, ci vogliono mesi. E poi la strada non è semplice: il sistema è competitivo e chiuso, specie a Dublino. Ci si confronta non solo con colleghi irlandesi ma anche con canadesi, americani, inglesi. Bisogna darsi da fare: pubblicare, presentare ai congressi, portare dati.
Come viene percepita la preparazione accademica italiana?
Molto bene. Noi italiani abbiamo uno studio meticoloso, nozionistico, che ci rende solidi. All’inizio però fatichiamo: nel sistema anglosassone l’approccio è più rapido, sintetico, pieno di acronimi. Però abbiamo un vantaggio: sappiamo scrivere e discutere, sappiamo amalgamare concetti diversi. È una capacità che spesso agli anglosassoni manca.
Dottore, in conclusione: vale la pena per un medico italiano trasferirsi in Irlanda?
Se uno cerca opportunità, autonomia professionale e stipendi proporzionati al lavoro, sì. Bisogna però essere pronti a pagare un prezzo alto in termini di competitività e costo della vita. Ma alla fine l’Irlanda ti offre quello che in Italia non riesci ad avere: la possibilità di realizzarti davvero.